ÇA VA ALLER-
andrà tutto bene
TESTO di CHIARA BERTINI
E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare
Ça va aller… Todo irá bien ! все будет хорошо, Minden oké lesz… Hersey iyi olacak! Κάτι θα γίνει, everything is going to be ok… Es wird schon gehen, Wszystko będzie w porządku, إن شاء الله, andrà tutto bene! Bagaimana kabarmu ?, alles komt goed!…
… Tipica affermazione di quando non si sa, non si sa cosa accadrà, cosa succederà davvero, o non del tutto, ma diciamo che in fondo andrà tutto bene… finalmente qualcosa accadrà… in bene o in male, ma andrà bene. Speranza.
Andrà tutto bene, lo dice il nomade quando decide di lasciare il suo luogo di origine… una vita migliore mi aspetta altrove… andrà tutto bene, dice il giovane uscito dall’università… una volta o l’altra troverò un lavoro… andrà tutto bene, lo dice il vecchio lavoratore, pensando alla pensione… tutti non avranno una pensione completa, saremo tutti nella stessa situazione… andrà tutto bene, dicono le banche con i loro tassi d’interesse negativo… ricreeremo l’inflazione, l’economia, infine, si risolleverà… andrà tutto bene lo dice anche l’uomo che si sente donna e la donna che si è sempre vissuta come un uomo… domani mi vestirò, parlerò in modo diverso, in un primo momento sarà difficile, ma dopo andrà tutto bene… Andrà tutto bene, dicono i governi di fronte alla massiccia migrazione degli ultimi anni… costruiremo recinti e muri, rafforzeremo i controlli sugli stranieri e sui tassi d’immigrati impiegati nei nostri paesi…
Guendalina Salini, parte dagli stimoli che ha prodotto l’Arte Povera italiana e lavora con materiali semplici, eterogenei, fragili, effimeri, naturali e con uno sguardo che cerca di andare e portarci sempre « aldilà». L’artista si lascia alle spalle la complessità relativistica tipica del postmoderno, si sofferma sui non protagonisti della storia, cerca di capire da dove comincia il lontano (Dove comincia il Lontano, Spazio Metropoliz 2011) e cerca nuovi valori che siamo condivisibili su cui costruire insieme il domani. Andrà tutto bene, dicono i piccoli villaggi del sud dell’Italia filmati dall’artista italiana. Le immagini oniriche di La Città Personale ci fanno percorrere, accompagnate da un racconto di Dino Buzzati, un villaggio agricolo abbandonato in Puglia. Seguiamo le parole e scopriamo Monteruga, luogo geografico e fisico con la sua nostalgia e il suo silenzio. Che sussurra questo deserto? Un vuoto, uno spaesamento, un’utopia disabitata. La comunità agricola che osservava il cielo e misurava con la terra si perde e la natura riprende i suoi spazi.
Le Città Invisibili, secondo video più politico di Guendalina Salini, riprende un racconto de Le Città invisibili di Italo Calvino. Il video è stato realizzato nel vecchio villaggio di Amendolea in Calabria, regione di sfruttamento degli uomini e della terra, simbolo del non finito e dell’ abbandonato. Luogo di violenza, di persone in cerca di accoglienza e di ospitalità. Luogo di utopia anche, come Riace, comunità che ha accolto e ospitato nelle sue case abbandonate i rifugiati come degli esseri umani e non come delle statistiche di una catastrofe globale. Ne Le Città Invisibili, la costruzione di un tappeto di sale suggerisce un’utopia realistica: come vivere, « come abitare » insieme in un mondo che si sta sgretolando, come creare un senso di comunità e di bellezza in una terra cosi violenta e desolata? Come ri-vivere e come resistere poeticamente? Il tappeto è la casa del nomade, il suo cerchio magico, il suo luogo di preghiera, la sua sacca, il suo tavolo, il suo luogo di nascita. Il prezioso sale è il simbolo del Mediterraneo, in grado di conservare cibo per il corpo e per l’anima. È sapore, radice di saggezza, valore, senso. Per i greci il sale è il mare, il fluire, lo scorrere, in latino « sale » ha la stessa radice di stipendio, di salve, di salute. Il tappeto di sale è delicato, effimero, fragile e in divenire, luogo di protezione, come dice l’artista, « mandala che si compone e si disfa raccontando la circolarità della vita, l’impermanenza ». Infine, nel lavoro della Salini un planetario può diventare una coperta, un tappeto di viaggio o una rete da pesca pronta ad andare per mare.
Andrà tutto bene, diceva l’artista Leonid Tsvetkov quando ha lasciato l’Unione Sovietica, all’età di quattordici anni. Avrebbe dovuto trascorrere sei mesi negli Stati Uniti; sei mesi che sono diventati quattordici anni. Tsvetkov si abitua a viaggiare. Dal 2009 vive ad Amsterdam, seguendo una residenza post-grade presso la Rijksakademie. Continua il suo percorso che appartiene a lui, rifiutando di essere catalogato in una singola categoria, sia come artista sia come cittadino. È russo, è americano, ma è anche uno straniero in entrambi i paesi e altrove.
Il suo lavoro si rivela nel suo stesso processo. « Andrà tutto bene » è iscritto nella sua pratica, nella sua metodologia. Le opere in mostra sono il risultato di un processo di elettrolisi (metodo che permette di effettuare reazioni chimiche grazie ad un’attivazione elettrica) che dissolve degli oggetti metallici (oggetti trovati e accuratamente raccolti dall’artista[1]). La reazione avviene in una soluzione salina; il flusso di corrente circola nel circuito, dal polo positivo verso il polo negativo del generatore, mentre gli elettroni si muovono a loro volta nella direzione opposta alla corrente, dal polo negativo del generatore al polo positivo. Il risultato non è né prevedibile né riproducibile e i colori e le texture dipendono dall’ ossidazione e dalla riduzione. Siamo di fronte ad una trasformazione della materia, alla migrazione delle particelle che creano una sorta di strano paesaggio che ci ricorda le immagini satellitari del cambiamento globale, onnipresenti nella nostra attualità.
Tsvetkov è sempre stato attratto da ciò che resta, che è abbandonato, che sembra marginale, di poco interesse. Quest’attrazione molto speciale nasce nella sua infanzia, mentre Leonid Tsvetkov giocava con pezzi di oggetti nei cantieri abbandonati dell’Unione Sovietica, per poi rivivere con i rifiuti del consumismo americano. Lo sguardo dell’artista, sguardo « periferico », si rende conto che questi oggetti abbandonati, indesiderati, potrebbero benissimo trasformarsi in oggetti degni di sguardo. Tsvetkov, artista trans-disciplinare, indaga il concetto di frontiera e del suo significato sociale, identitario, territoriale. Le frontiere fisiche e concettuali sono in continuo movimento e più cerchiamo di avvicinarci più queste si sfocano. Le opere di Leonid Tsvetkov sembrano suggerirci che né i limiti che gli esseri umani s’impongono né tantomeno quelli naturali sono sicuri: la certezza, la sicurezza, restano sfuggenti.
Guendalina Salini s’interessa ai luoghi da un punto di vista emotivo, con geo-empatia, creando una « geografia di riconoscere i paesaggi, tutto ciò che è fuori di noi, come una proiezione della nostra interiorità»[2]. Leonid Tsvetkov, grazie alle sue esperienze di spostamento, di esilio, di nomadismo, afferma: « I paesaggi, i territori, le percezioni sono terribilmente instabili, nonostante i tentativi di affermare il controllo e di definire dei limiti sui paesi, sul tempo e sulla memoria. ». I racconti di Guendalina Salini, le elettrolisi di Leonid Tsvetkov, nella mostra, ci immergono in ossimori d’incertezza, di perdita, di erosione, di spaesamento, e allo stesso tempo respiriamo un senso di apertura, di viaggio, di nomadismo, di migrazione, di mare che resta senza confini …
Le opere e le pratiche di Guendalina Salini e di Leonid Tsvetkov ci propongono una saggezza, secondo il senso proposto da Filone di Alessandria (filosofo ebreo di Alessandria del I secolo AC): il saggio è colui che è methórios, alla frontiera, riuscendo sempre a mantenere i piedi sul suo territorio, ma che guarda altrove, verso gli altri, verso gli spazi al di là dei suoi confini.
Uno sguardo periferico, uno sguardo multiplo, uno sguardo che va al di là, uno sguardo verso la vita … Andrà tutto bene.
[1] Quel che William Nicholson (1753-1815) et Sir Anthony Carlisle (1768-1842) hanno scoperto il 2 maggio 1800, qualche giorno dopo l’invenzione della batteria elettrica di Alessandro Volta: la possibile conversione dell’ energia elettrica in energia chimica.
[2] Mario dal Mare, Nel Rinascisenso, Efdien Publishing, 2015.