Corpo Celeste

guendalina salini-corpo celeste

Corpo Celeste

2026

a cura di Silvia Litardi e Gaia Cianfanelli

doppia personale con Delphine Valli 

Guendalina Salini, Bruciano le foreste, il mio cuore è nero carbone, 2026

carbone, dimensioni variabili, installazione ambientale

Dal fondo scuro della galleria un’ombra nera si allunga sul pavimento fino a lambire la vetrata sulla piazza: ricorda il reticolo di rami e aghi che i pini marittimi insieme al sole regalano ai prati romani bruciati dall’estate.

Prima di esser ombra è disegno di carbone, quello stesso carbone mischiato alla cenere di cui sono fatti i disegni della serie Carte carbone in una circolarità materiale e sintattica tra le opere in mostra e i soggetti cari all’artista come il pino marittimo. Un albero della vita presente in molti suoi cicli, una specie di “soggetto migrante” che attraversa periodi e indagini quale emblema delle reti ecologiche del vivente, della capacità della Natura di rigenerarsi costantemente.

In mostra alcuni disegni dell’ampia serie Carte carbone realizzati a partire dal 2023 in Salento (Puglia) dove l’artista ha vissuto e a cui è profondamente legata, scegliendo un’area dove gli ulivi sono stati falcidiati dalla xylella fastidiosa. Su ogni grande carta Salini ritrae una pianta “resistente”: l’agave americana variegata, l’agave blu, la palma nana sono alcune delle specie del paesaggio mediterraneo che ovunque si fanno spazio, rimettono in ciclo linfa vegetale e sperante. Presi dal vivo, i grandi ritratti arborei si stagliano frontali, senza contesto né orizzonte. Ieratici. Fatti di un tratto netto a carbone; una scelta tecnica dal forte valore simbolico: quel carbone è ciò che resta degli ulivi malati e poi bruciati per evitare il propagarsi del batterio.

Spuntano dalla stessa serie una civetta e un airone; animali selvatici incontrati negli attraversamenti salentini, ritratti non dal vivo, ma a memoria – “perché scappano veloci, a differenza delle piante!”, dice l’artista – a prima vista sembrano avere uno sguardo “catturato” in un istante fuggevole, ma forse è esattamente il contrario: che siano i loro sguardi a sorprendere gli uomini sgomenti difronte alla scoperta dell’arrogante visione antropocentrica?

In mostra Una civetta vive nella legge è l’unica carta isolata, lontana dalle altre opere. Per il mondo antico l’animale notturno era nume tutelare, simbolo di conoscenza per la sua capacità di vedere nell’oscurità e per questo attributo di Atena-Minerva.

Guendalina Salini, Pane del bosco, 2025

grafite e biacca bianca su buste di carta, cm 25 x 51 cadauno, numero variabile

Il sacchetto di carta, il più comune oggetto d’uso quotidiano per il trasporto di pane, frutta e verdura, è il supporto scelto per accogliere, su una sola facciata, disegni di figurine antropormorfe e forme essenziali di vasellame in ceramica.

Il tratto a grafite o con biacca bianca si prende tutta la superficie a disposizione per delineare volti e corpi ispirati a piccole “figuritas” della cultura Totonaca, un popolo che abitava la fascia centrale del Messico verso la Costa del Golfo (i reperti in terracotta a cui l’artista guarda sono relativi al periodo Preclassico, 1.800 – 100 A.C.). Su altri sacchetti compaiono vasi e coppe riferibili anch’essi alle arcaiche culture mesoamericane come a contenitori ceramici in uso nelle popolazioni del Sud Italia.

Intorno al trasporto, conservazione, cura degli alimenti, quale nutrimento per il corpo e per l’anima, fiorisce e si sviluppa la ceramica nelle culture di tutto il mondo; ai manufatti più preziosi, Salini sceglie quelli “minori”, li guarda non per la rarità o la preziosità delle forme, ma in quanto testimoni della cura millenaria a non disperdere i frutti della terra e del lavoro. In Pane del bosco contenuto e contenitore cooperano nel solco di quella tradizione antica come l’uomo in cui segno e funzione si alleano per trasmettere valori peculiari ed universali al contempo.